Caritas, “Aiuti raddoppiati durante il lockdown, a novembre 287 pacchi-viveri in città”

La sede del centro di ascolto cittadino (attualmente attivo solo al telefono) e don Paolo Zucchetti, responsabile Caritas

Se c’è qualcuno che conosce le situazioni di povertà nel nostro territorio è don Paolo Zucchetti, parroco di San Felice e responsabile della Caritas cittadina. Da novembre scorso, quindi esattamente da un anno, gestisce il nuovo centro di ascolto aperto all’interno di Casa Mamre, il progetto fortemente voluto da don Stefano Rocca, ex parroco di Segrate Centro, e inaugurato alla presenza dell’Arcivescovo Delpini nell’ottobre 2019. Qui si raccolgono tutte le domande, le esigenze, i bisogni, delle persone in difficoltà, alle quali la Caritas cerca di trovare una soluzione. Che vuol dire spesso un aiuto concreto, come un pacco di alimenti, o qualche vestito, o ancora materiale scolastico per i bambini. Le richieste sono raccolte dunque in modo “centralizzato”, ma poi la parte pratica di distribuzione (e anche raccolta di indumenti o viveri) è affidata ai 5 punti Caritas dislocati nelle parrocchie cittadine, da sempre vicine alle esigenze del proprio quartiere.

AUMENTANO LE RICHIESTE DI “PACCHI-VIVERI”

Da anni i volontari della Caritas aiutano le persone bisognose, ma negli ultimi mesi, in questo anno che ha messo tante famiglie a dura prova, il numero è aumentato esponenzialmente, allargandosi a fasce di popolazione fino ad ora mai toccate. «Prima del Covid assistevamo circa 250 persone, cioè tanti erano i pacchi-viveri che ogni mese distribuivamo ad altrettante famiglie – spiega don Paolo – Con il lockdown le persone che si sono rivolte a noi sono quasi raddoppiate: siamo arrivati a distribuire 400 pacchi». Tanto per dare qualche numero, nel 2019, con 200 pacchi distribuiti mensilmente, sono stati consegnati oltre 33mila chilogrammi di cibo; quest’anno il totale sarà quasi il doppio. «Le derrate alimentari arrivano in larga parte dal FEAD, il Fondo di aiuti europei agli indigenti – spiega don Paolo – poi dal Banco Alimentare, da altre raccolte e infine dai nostri acquisti, che per il 2019 hanno visto uno stanziamento di 10.800 euro». I numeri di quest’anno saranno diversi, così come il “profilo” di chi cerca aiuto. «Siamo stati contattati da persone che normalmente non lo avrebbero mai fatto – spiega il responsabile – Famiglie normalissime, che hanno sempre condotto una vita dignitosa, che all’improvviso si sono trovate senza lavoro, senza entrate certe e con il problema di fare la spesa. Ad esempio persone impiegate nella ristorazione, o nelle pulizie, magari in cassa integrazione, ma con uno stipendio che non arrivava… ».

“C’È CHI NON RIESCE A PAGARE LE BOLLETTE”

Dalla fine del primo lockdown la situazione si è lentamente normalizzata. «In molti da questa estate hanno via via rinunciato ai pacchi, comunicandoci che avevano ripreso a lavorare», spiega il parroco. «Ad ottobre siamo arrivati a 241 pacchi, risaliti a novembre a 287». Con il secondo lockdown, infatti, qualche famiglia è tornata a “bussare alla porta”. Una porta simbolica, visto che il centro in realtà attualmente è chiuso “in presenza”, ma continua la sua attività al telefono (370.3074892). «Sì, negli ultimi giorni abbiamo raccolto qualche nuova adesione al programma di distribuzione viveri – conferma don Paolo – Più che altro però quello che rileviamo è la difficoltà di alcune famiglie a pagare l’affitto o le bollette o le spese condominiali. In casi particolari possiamo venire loro incontro attingendo al Fondo San Giuseppe, creato dalla Diocesi proprio per sostenere le famiglie durante l’emergenza coronavirus».

IL PROBLEMA È LA MANCANZA DI LAVORO

In altri casi la Caritas indirizza le persone verso i servizi sociali o i CAF territoriali, dopo aver valutato la situazione. «Lo facciamo se capiamo che le persone non hanno attinto ai loro diritti – spiega il parroco – se ad esempio hanno i requisiti per chiedere il reddito di cittadinanza, o la dote scuola  o altre forme di sostegno di cui magari ignorano l’esistenza». Tante le persone straniere, ma anche italiani, con un comune denominatore: la mancanza di occupazione. «Se c’è il lavoro, anche se poco pagato – rimarca il sacerdote – le famiglie riescono ad andare avanti e difficilmente chiedono aiuto. Ma se manca iniziano i problemi, che ne trascinano altri…».

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