Addio a Meo, “colonna” di Redecesio

Carmine Meo, per decenni titolare del Bar "Le Colonne" di via Abruzzi

È venuto a mancare a 91 anni, il 18 gennaio, lo storico commerciante del quartiere. Napoletano, dagli anni Settanta a Segrate, per tutti il suo bar era un punto di riferimento

Per tutti era “il Meo”. Per la gente di Redecesio, una generazione in fila all’altra, l’appuntamento era sempre… dal Meo. Se n’è andato nella notte tra lunedì e martedì all’ex Santa Rita, stroncato a 91 anni da un infarto, Carmine Meo, semplicemente un gran bel pezzo della storia di Redecesio. Dal 1987 al 2015 titolare e anima del “Bar le Colonne” in fondo a via delle Regioni, prima proprietario della latteria lì nei pressi. Napoletano di nascita, segratese d’adozione, anzi di vocazione. Soprattutto un punto di riferimento per il quartiere. E non solo per chi voleva bersi un caffè o altro. «è sempre stato generoso – racconta Gimmy, lo storico collaboratore che per trent’anni ha lavorato con lui – se avevi bisogno di qualcosa, lui c’era. Ha aiutato tanta gente, anche economicamente. E poi era sempre pronto alla battuta, da buon napoletano».

Sono tanti gli aneddoti sul Meo, tracce di una vita avventurosa, fin dai tempi nei quali faceva il ferroviere. A Redecesio ciascuno ha una storia da raccontare: chi perché l’ha sentita, spesso da lui; chi perché le ha vissute. Quello su cui tutti concordano, però, è la dedizione assoluta al lavoro. Sempre in negozio, sette giorni su sette, la domenica aprivano lui e sua moglie senza i dipendenti piuttosto che tenere giù la saracinesca. C’è stato un periodo nel quale il bar tabacchi è stato bersaglio incessante di rapinatori e lui per anni ha passato le notti in bianco, sul balcone, all’ultimo piano del palazzo, per tenere d’occhio la situazione. Un giorno l’hanno operato, il successivo era al suo posto. Negli ultimi anni era l’uomo del lotto, con la sua postazione che ora è diventata un pezzo della zona destinata alle slot machines. Oltre al corno d’ordinanza, un cartellone della smorfia, perché Napoli era sempre casa. «Faceva un giorno di ferie all’anno – ricorda Gimmy – il 2 novembre, andava al cimitero a Napoli. Ma la sera era già di ritorno, per lui il lavoro era tutto».

Il lavoro e sua moglie, alla quale era legatissimo. Ogni anniversario, San Valentino, compleanno… il bar si riempiva di fiori, raccontano sorridendo gli altri dipendenti storici. Un rapporto fatto anche di litigate, per qualche cliente sembravano «Sandra e Raimondo di Redecesio». Ma il Meo era una persona buona, uno che i legami li cercava, li creava. Lo ha fatto con la gente del quartiere, dicevamo. «A Natale aveva una tradizione – ci dice un altro collaboratore – caffè gratis per tutti». Era un modo per festeggiare insieme, per confermare quell’assunto che era davvero indiscutibile: Redecesio e il Meo ono stati una cosa sola. Resta la memoria di giornate passate a parlare con lui, aperitivi nel dehor con sorrisi a manciate. Restano i tavolini che anni fa si trasformavano in… congressi della politica, perché “ci si vede dal Meo”. Capita ancora oggi, capiterà domani. Perché Meo resterà.

 

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