Il dottor Massimo Sorghi saluta i pazienti dopo 40 anni di servizio in città

Sopra, il dottor Massimo Sorghi nel suo studio di via Curiel, a Segrate Centro: andrà in pensione il 31 dicembre 2022

Il medico di famiglia andrà in pensione il 31 dicembre: aveva aperto lo studio a Segrate Centro nel 1984. «Oggi tanti strumenti diagnostici e di comunicazione, ma la relazione medico-paziente resta al centro – spiega – il Covid? Caos, ma anche una grande “rete” tra noi colleghi» 

Una lettera per salutare gli assistiti e dare loro il tempo necessario per la scelta di un nuovo medico. Con importanti riflessioni sul cambiamento della professione ma anche i ricordi di un punto di riferimento della comunità cittadina da oltre 40 anni. Il dottor Massimo Sorghi, medico di medicina generale con specializzazione in gastroenterologia, nato a Milano ma segratese dal 1968, andrà in pensione il 31 dicembre 2022. Chiudendo lo studio di via Curiel che aprì nel lontano 1984 – insieme con un secondo ambulatorio a Novegro, poi lasciato («Lavoravo fino alle dieci di sera, a un certo punto ho dovuto rinunciare», spiega) – dopo i primi anni di carriera in ospedale e poi presso un collega a Segrate. «Ho seguito famiglie per 3-4 generazioni, pensi che ho iniziato curando i bisnonni di alcuni miei attuali pazienti che ho visto nascere , crescere e avere figli – sorride il medico – ho voluto ringraziare i miei pazienti per la fiducia e la stima riposta in me in tutti questi anni,  terminerò il mio incarico con il servizio sanitario nazionale, ma continuerò a esercitare come libero professionista anche qui a Segrate».

Dottore, com’è cambiata la figura del medico di medicina generale?

«Sicuramente l’utilizzo dei nuovi mezzi tecnologici  ha semplificato la  comunicazione ma ha “spersonalizzato” il rapporto tra medico e paziente. C’è poi una burocrazia sempre più invadente, la difficoltà nell’ottenere accertamenti diagnostici in tempi brevi con il SSN anche per la crescita dell’attività privata presso le strutture pubbliche che mette in difficoltà non solo i pazienti ma anche noi medici nella formulazione delle diagnosi. Arriviamo inoltre da quasi tre anni di pandemia che hanno avuto un impatto anche sulle modalità di relazionarci con gli assistiti. Dall’inizio della pandemia ho ricevuto e trasmesso più di 50mila e-mail (durate l’intervista il telefono squilla una dozzina di volta, ndr)…».

Ecco,  il Covid. Qual è il suo ricordo?

«È bene intanto dire che non ne siamo fuori, i contagi in questo periodo stanno aumentando molto anche se i casi gravi, grazie ai vaccini e all’esperienza clinica, sono molto diminuiti. Ricordo quando si verificarono i primi casi, ero in ferie e sono rientrato di corsa per paura di restare bloccato. Non avevo mascherine, dispositivi di protezione: le prime le ho avute da una collega del Policlinico andandole a prendere in moto, con la paura di essere fermato… poi sono arrivate quelli del Comune tramite la donazione di un imprenditore. È stato un momento di grande confusione e disorientamento ma anche di collaborazione tra noi medici, che ci trovavamo davanti a qualcosa di sconosciuto».

Se la professione è cambiata, come sono cambiati i pazienti?

«Sono più frettolosi, spaventati  da informazioni trovate da soli in rete. A volte arrivano con un pregiudizio e si aspettano che il medico lo confermi». 

C’è meno fiducia?

«No, il rapporto con molti è personale. Certamente possono esserci dei conflitti, dovuti a volte al ruolo di trascrittori di ricette di altri specialisti che a volte non condividiamo. Questo può portare a incomprensioni oltre che un carico di lavoro che sottrae tempo all’attività clinica vera e propria».

Ma è vero che oggi i medici di famiglia “visitano meno” di una volta?

«Per quanto mi riguarda no. Se un paziente ha dolori all’addome faccio una palpazione, se ha tosse lo ausculto. Ci sono poi gesti in qualche modo “catartici”, come la prova della pressione in studio. Il ruolo del medico, e io ho tenuto anche corsi universitari su questo tema, è relazionarsi con il paziente e l’esame obiettivo è fondamentale anche in questo senso».

Si parla spesso della carenza di medici di medicina generale, che cosa sta succedendo?

«Anche in questo caso posso portare la mia esperienza. Una volta molti di noi, me compreso, avevamo una specializzazione. Ma fare il medico di famiglia è stata una scelta, non un ripiego. Fu un periodo molto bello perché eravamo convinti di fare una medicina che serviva alla gente e abbiamo tentato con successo di dare centralità alla figura del medico di famiglia. Qui sul territorio c’era “M58”, un’associazione che faceva cultura medica con convegni, congressi, incontri di formazione. Mi ero inventato anche un personaggio per gli incontri di prevenzione che facevamo anche con il Comune: Carlo Sterolo, un paziente molto… sfortunato con problemi di pressione, diabete e, appunto colesterolo alto…».

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