Brognoli in Romagna: «Il fango è ovunque, non si è salvato nulla: ma la gente combatte»

protezione civile alluvione RomagnaUna foto di gruppo della Protezione Civile segratese impegnata nelle terre colpite dall'alluvione

Il capo della protezione civile segratese racconta i giorni passati ad aiutare nei paesi sommersi dall’acqua.

Gli stivali che affondano nel fango, restano intrappolati come nelle sabbie mobili. Il cuore pesante, zavorrato dalle storie di chi ha perso tutto e tutti. A volte la voce si rompe giusto un attimo e la mano strofina la pelle umida appena sotto l’occhio, prima che la lacrima faccia troppa strada. Nunzio Brognoli, il capo della Protezione civile segratese, ha passato quattro giorni nella Romagna sommersa, sporca e col fiato corto. Li ha trascorsi a Sant’Agata del Santerno, la cittadina affidata alle tute gialle della Città metropolitana di Milano che, come tutte le forze lombarde, hanno da poco lasciato il campo ai gruppi “locali” dell’Emilia-Romagna. «Abbiamo riempito più di trenta camion di fango e terra – racconta – ciascuno ne conteneva 120-140 quintali».

L’ultima alluvione vissuta da volontario era quella di Dervio del 2019. Paragonabile?

«Solo come dinamica. Anche lì esondò il fiume, il Varone, ma stavolta è tutto elevato all’ennesima potenza. Il fango è ovunque, in ogni casa del paese. L’acqua è arrivata a 1 metro e 70 centimetri: scuole, impianti sportivi, uffici comunali, poste, banche, è tutto da rifare. Anche se l’emergenza sta finendo, ci vorranno anni per tornare alla normalità».

Si è tanto parlato della capacità di reazione dei romagnoli.

«Sì, mi ha colpito molto. Sono stati loro i primi soccorritori. Erano tranquilli, lavoravano nelle loro abitazioni e chi finiva di spalare si metteva al servizio dei vicini. Quando siamo arrivati, un residente mi ha chiesto se poteva aiutarci. Gli ho risposto di no, ma lui mi ha fatto vedere il Bobcat che aveva in giardino… e allora ho cambiato idea. Il suo datore di lavoro, titolare di un’azienda che si occupa di movimento terra, dopo aver saputo in che condizioni fosse la sua casa, glielo aveva prestato».

Tra le tante storie incrociate, qual è quella indimenticabile?

«Seconda casa sulla quale abbiamo lavorato. C’era una donna che ne consolava un’altra, poi abbiamo capito che la proprietaria aveva perso il marito durante l’alluvione. Era rimasto intrappolato in cucina, nel tentativo di sprangare tutto prima che l’acqua entrasse in casa. Mentre ripulivamo lei ci ringraziava, addirittura ci diceva che andava bene così, di non indugiare troppo, di lasciar perdere. Ma quel cortile per me andava tirato a lucido».

La vita dei volontari in un paese così devastato come procede?

«Si lavora incessantemente dalle 8 di mattina alle 19.30. Si sposta il fango nel campo sportivo trasformato in deposito, poi la sera è… caccia alla doccia. Non c’è acqua nella scuola dove è allestito il campo base che ospita 200 tute gialle, bisogna spostarsi altrove. E mentre si aiuta, lo sguardo si posa su un panettiere che per quattro giorni ha ripulito la sua attrezzatura e non aveva ancora finito. O sul bancomat della posta, quasi esploso».

Un’esperienza che lascia emozioni contrastanti?

«Beh, sì. Perché nel dramma è stata bellissima, con la gente che ha ringraziato continuamente, ha dato e non solo ricevuto. Come gli “angeli del fango”, magari poco organizzati ma con tanta voglia di fare. Ho cercato di indirizzarli, specie sull’utilizzo dei presidi di sicurezza, guanti e scarpe idonee. Serviva anche quello».

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