Data center: «Ci vuole più attenzione al calore prodotto»

Lo sottolinea il fisico esperto di termodinamica Sergio Manera

Le isole di calore sono uno dei temi più controversi nel dibattito sull’impatto ambientale dei data center. Ne parliamo con Sergio Manera, fisico ed esperto di termodinamica, intervenuto all’incontro sul progetto da 45 MW di San Bovio.

Perché il calore prodotto dai data center merita più attenzione?

«Perché parliamo di infrastrutture estremamente energivore. Una grande quantità di energia elettrica entra nel data center e, alla fine del processo, viene trasformata in calore. I server devono essere continuamente raffreddati, altrimenti si danneggiano o si bloccano. Quel calore viene rimosso attraverso sistemi ad aria o a liquido e, a quel punto, le possibilità sono due: recuperarlo oppure disperderlo nell’ambiente. Con il supercalcolo e l’intelligenza artificiale il raffreddamento a liquido sta diventando obbligatorio, perché consente di gestire densità di potenza molto elevate».

Quali sono gli effetti della dispersione del calore nell’ambiente?

«In Pianura Padana il problema è particolarmente delicato. Nei mesi invernali si verifica spesso l’inversione termica: l’aria tra 50 e 150 m è più calda di quella al suolo e crea un tappo che ostacola la dispersione verso l’alto. Il calore resta negli strati bassi dell’atmosfera, dove si trovano le abitazioni e i terreni agricoli. Un aumento persistente delle temperature modifica il microclima e incide sugli ecosistemi, favorendo processi di tropicalizzazione già alimentati dal cambiamento climatico».

E durante l’estate quali sono i rischi?

«Il tema diventa soprattutto sanitario. In presenza di ondate di calore, un ulteriore aumento della temperatura può aggravare lo stress termico. Gli effetti possono andare dai crampi di disidratazione al colpo di calore, oltre all’aggravamento di patologie cardiovascolari e respiratorie nelle persone più fragili. Il caldo estremo è già oggi una concausa importante di mortalità in Europa».

È previsto il recupero del calore, o secondo lei resterà sulla carta?

«Esiste l’obbligo di effettuare uno studio di fattibilità per il recupero perché in Italia l’energia è poca e costosa. Putroppo il progetto spesso si blocca per i costi di realizzazione».

Sul fronte degli impatti termici, cosa dice la normativa?

«Qui esiste un vuoto. Non c’è una soglia precisa come accade per alcuni inquinanti atmosferici e nelle attuali linee guida ministeriali manca l’obbligo di valutare l’impatto del calore disperso nell’aria. È un aspetto che va aggiornato. Non basta sapere che a una certa distanza si registra un aumento di uno o due gradi: bisogna capire che cosa significano quei gradi per il territorio, per la salute e per gli ecosistemi. Inoltre, la legge regionale lombarda non stabilisce distanze minime tra data center e abitazioni».

La ricerca scientifica sta iniziando a quantificare questi effetti?

«Uno studio recente di Cambridge, ancora in fase di revisione, ha fotografato, dai satelliti della NASA , il calore di oltre 6000 data center distribuiti in tutto il mondo, registrando una media di oltre 2 gradi fino a 10 km».

La forte concentrazione di data center in Lombardia la preoccupa?

«Sì. La Pianura Padana è già un territorio fragile: inquinamento atmosferico elevato, inversione termica e scarsa ventilazione. Aggiungere grandi sorgenti di calore come i data center hyperscale richiede molta cautela e la valutazione degli effetti cumulativi».

Nella foto il fisico Sergio Manera durante il dibattito organizzato dal comitato cittadino a Peschiera Borromeo su un ulteriore impianto

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