I dati del grande lavoro del rifugio della Lega del Cane in via Martiri di Cefalonia a Segrate.
Non è più il randagismo a mettere in difficoltà l’attività dei rifugi canini, ma una crescente crisi di responsabilità nella gestione degli animali da compagnia. È quanto emerge dai dati sulle adozioni del 2025 diffusi dalla sezione milanese della Lega Nazionale per la Difesa del Cane.
Nel complesso, i numeri restituiscono un quadro apparentemente positivo. Come spiega Elisa Cezza, nel corso del 2025 il rifugio ha accolto 193 nuovi cani, mentre le adozioni sono state 205. Un andamento simile si registra anche per i gatti, con 136 nuovi ingressi e 140 adozioni. Dietro a questi dati incoraggianti, però, si nascondono tendenze più problematiche, legate soprattutto alla provenienza degli animali.
A destare preoccupazione è infatti l’aumento sia delle cessioni di cani di proprietà sia dei casi di abbandono (qui un caso eclatante di qualche tempo fa), che coinvolgono sempre più spesso animali già dotati di microchip identificativo. Il microchip, obbligatorio per legge e pensato per scoraggiare l’abbandono associando ogni cane a un proprietario, si rivela nei fatti uno strumento meno efficace del previsto. In molti casi i proprietari risultano irreperibili e anche quando il proprietario registrato viene individuato, non è raro che ignori l’intimazione a riprendere l’animale. Il risultato è che il cane rimane in rifugio, bloccato all’interno di un iter burocratico complesso ed estremamente lento.
Crescono anche le cessioni dirette di cani di proprietà ai rifugi. In questi casi, però, l’ultima parola spetta al Comune, che può rifiutare la richiesta se non ritiene sussistano motivazioni valide. È facile immaginare come, in assenza di alternative concrete e a fronte di sanzioni percepite come poco incisive, l’abbandono finisca per apparire una soluzione praticabile. La conseguenza immediata è l’affollamento dei rifugi, che da luoghi di passaggio pensati per accompagnare gli animali verso l’adozione si trasformano sempre più spesso in strutture chiamate a gestire una vera e propria emergenza sociale.
Un peso rilevante, in questo quadro, è dato dalla percezione della responsabilità individuale. Molte cessioni derivano da difficoltà di gestione che nascono già al momento della scelta dell’animale, senza un’adeguata informazione sulle caratteristiche di razza o sulle esigenze specifiche del cane. «I cani non sono tutti uguali» sottolinea Elisa Cezza, viceresponsabile del rifugio «e riconoscerne le differenze significa offrire loro maggiore tutela». A questo si aggiungono i casi di accumulo di animali e la presenza di allevamenti abusivi, che spesso sfociano in sequestri di grandi dimensioni. L’arrivo improvviso di decine di animali mette ulteriormente sotto pressione rifugi e canili sanitari.
Questi fenomeni risultano strettamente collegati tra loro. Da un lato, i rifugi che cercano di verificare con attenzione l’idoneità degli adottanti si scontrano con limiti strutturali e organizzativi. Dall’altro, gli allevamenti abusivi, interessati esclusivamente alla vendita e privi di controlli, cedono animali senza alcuna valutazione. Ne emerge una situazione complessa, poco visibile in superficie e che richiederebbe interventi mirati capaci di agire sulle cause, più che sugli effetti.



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